100 Cellos 2012 – ROMA

I CENTO VIOLONCELLI DI GIOVANNI SOLLIMA AL TEATRO VALLE OCCUPATO (racconto informale sulla nascita del progetto).

Intervista a Enrico Melozzi

di Marisa Gaeta Pantusa

Vorrei partire dalla carica incontenibile dei cento violoncelli che ha invaso e fatto vibrare il Teatro Valle Occupato per tre giorni e tre notti durante la permanenza artistica di Giovanni Sollima 1 dal 16 al 18 marzo scorsi. Una vera e propria “chiamata alle arti” 2 in cui passione civile e creatività artistica si sono fuse in un evento inedito ben più ricco e articolato della consueta forma del concerto. Come è nata l’idea di questa permanenza e come è stato possibile realizzarla concretamente?

enrico melozzi giovanni sollimaIo sono un violoncellista e un compositore cresciuto con il mito di Giovanni Sollima che per quanto mi riguarda è un riferimento mondiale sia per quello che fa che per come lo fa, come musicista e come persona. Lo rincorrevo da anni ma non ero mai riuscito a incontrarlo e invece il Valle ti fa fare questi miracoli. Una sera Piero Ostali della Casa Musicale Sonzogno, per cui Sollima pubblica la sua musica e anch’io di recente ho pubblicato una sinfonia, è venuto a trovarci in teatro. Discutendo gli dico che penso che la cosa più bella del mondo sarebbe avere qui Giovanni a fare una permanenza artistica. E’ così che una sera ci incontriamo con Giovanni al Valle e cominciamo a dibattere su cosa fare insieme, attorno a quale poetica muoverci. E’ stato fin da subito un rimpallarsi di idee molto snello, un’improvvisazione cresciuta poi nei mesi anche grazie all’aiuto dei ragazzi del Valle e della stessa Casa Musicale Sonzogno. Tutto è nato attorno a questo paradosso: che cosa può succedere se siamo io tu e un altro? E se invitiamo Paolo Damiani 3? E se chiamiamo Enrico Dindo 4? All’inizio sembravamo due matti, eppure mano a mano cominciavano ad arrivare le adesioni, sempre più numerose, di musicisti di età e formazione molto diversa fra loro. E’ questo il paradosso che ci interessava. Anche quando è stato inventato il fuoco sono state messe vicine due pietre che apparentemente non sembravano poter generare nulla mentre invece hanno generato una fiamma ed ecco che noi avevamo dei leggii con un barocchista affermato di sessant’anni e una bambina di otto anni, uno di fianco all’altro e lui che girava le pagine a lei…

Da dove e come sono arrivati i violoncellisti che hanno risposto all’appello? Che clima si respirava fuori e dentro il Teatro in quei giorni?

Abbiamo organizzato tutto attraverso il sito del Valle preparando una scheda di registrazione, quindi senza spendere un euro in manifesti o volantini. I cento celli sono venuti da tutta Italia – moltissimi dalla Sicilia, dall’Abruzzo, dalla Puglia, dal Veneto, da Torino – e da tutta Europa, da Mosca, Londra, dalla Francia, c’era anche una violoncellista iraniana. Fuori dal teatro c’erano i genitori di molti dei ragazzi. Ci è arrivata perfino una lettera bellissima di una madre che spiega dal suo punto di vista il valore educativo di quell’esperienza. La mattina si provava. Nelle pause spesso si creavano gruppi spontanei, duetti trii quartetti, che a volte continuavano a suonare anche a concerti conclusi fino a notte inoltrata. Entravo in foyer pensando a diecimila altre cose e notavo che spontaneamente si era formato un ottetto di violoncelli. D’istinto mi veniva da dire: «Ragazzi dovete stare buoni, fermi!» Poi mi dicevo: «Zitto, ma che stai dicendo, falli suonare anzi incentivali!» Poi c’erano i grandi come Dindo, che faceva specie vedere studiare, scambiarsi le parti: era un bambino che giocava con gli altri. Avere con noi per tre giorni uno dei violoncellisti più acclamati al mondo, che capisce l’importanza di quell’operazione e appoggia un progetto spontaneo nato dal basso come quello del Valle Occupato, è stata una bella soddisfazione.foto di Leonardo Puccini

Il violoncello è uno strumento dotato di una timbrica calda e profonda, capace di grande duttilità espressiva, che coinvolge emotivamente conservando intatte la fisicità e la vitalità dell’albero da cui proviene, come Sollima stesso invita a ricordare. Anche per questo la musica dei cento violoncelli arrivava dritta al cuore, superando qualsiasi barriera spazio-temporale e facendo dialogare forme e generi musicali molto diversi fra loro. Come avete scelto il repertorio da suonare?

La scelta del repertorio ce la siamo giocata molto approfonditamente. L’idea era di suonare sempre Violoncelles, vibrez! come una specie di inno a scandire le tre giornate. Si tratta di un pezzo di Sollima del ’93 per due violoncelli e orchestra che fa un po’ da spartiacque fra il periodo del minimalismo di Philip Glass, Michael Nyman ed altri e quello che i critici chiamano neo o postminimalismo, individuandone appunto in Sollima il fondatore. Al minimalismo, che aveva un impianto emotivo interessante fatto di atmosfere bellissime, di frammenti ritmici e armonici che si incastravano sempre di più, a rotazione, Sollima aggiunge l’aspetto melodico: melodie strazianti, meravigliose, che attingono al repertorio mediterraneo, siciliano. Proprio perché è un pezzo-manifesto bisognava tornare a suonarlo in più versioni e infatti Giovanni lo ha eseguito duettando con alcuni fra gli straordinari ospiti presenti 5. Il resto del repertorio dei cento celli poteva suonare come una specie di provocazione. In realtà abbiamo scelto di suonare dei classici. Classici come Halleluja di Leonard Cohen, Smells like teen spirits dei Nirvana ma anche classici del Rinascimento come le canzoni di Dowland 6, del Barocco come LaFollia 7, della musica popolare come Fischia il vento o Bella ciao, che è un pezzo poetico e commuovente in cui io mi riconosco pienamente e in cui c’era tutto lo spirito del Valle. Abbiamo fatto questa scelta per mescolare le esperienze, contaminare le generazioni e creare così qualcosa di nuovo. E’ stato bello anche vedere sul palco confrontarsi violoncelli elettrici con l’amplificatore sotto la sedia, violoncelli rock che suonavano col delay 8, violoncelli barocchi, quasi a mostrare un excursurs di tutta la storia del violoncello 9 e dei modi di suonarlo.

foto di Leonardo PucciniOltre alle serate in teatro e alle attività di sensibilizzazione allo strumento, come le lezioni gratuite in foyer e il laboratorio di liuteria in sala, il programma prevedeva anche dei blitz in città durante i quali cui i cento violoncelli lasciavano il Valle e raggiungevano piazze, strade per ribadire la necessità di tornare a occuparsi della cultura come Bene Comune, «indispensabile come l’acqua e l’aria», per riprendere il messaggio lanciato o meglio letteralmente calato in sala giù dagli ordini di palchi più in alto il primo giorno di occupazione.

Uscire dal teatro per noi era fondamentale. La domenica volevamo fare dei giri anche un po’ più fuori per portare i cento celli a Cento Celle e per costruire e presentare il «Bioloncello», un violoncello fatto con materiali organici ideato da Giovanni. Poi però ci siamo resi conto che c’era la maratona che bloccava il traffico, così abbiamo colto quell’occasione per portare lontano il nostro messaggio. Tutte le persone che in quel momento nel mondo hanno seguito la maratona di Roma – la seconda nel mondo – hanno visto un ammasso di violoncelli suonare Bella Ciao. E’ successo veramente ed è stato bellissimo perché lì si univa tutto: lo sport, la musica, la cultura, il benessere, il bello il buono il giusto che vanno a combattere contro tutte le altre cose che bene o male conosciamo… Era una proposta così esplosiva che non bisognava neanche commentarla, neanche stare a specificare che era una forma di lotta. Era palese, anche perché la domenica abbiamo dato l’opportunità a decine di compositori di potersi confrontare con un organico del genere.

Si tratta di Prima vista, l’ultima iniziativa in programma che il pubblico ha accolto calorosamente: una lunga sessione di esecuzioni di brani originali appositamente composti per i cento violoncelli.

Sollima & Melozzi (fine 2011), nella sera in cui fu concepito il progetto

Sollima & Melozzi (fine 2011)
nella sera in cui fu concepito il progetto

Prima vista è nata quando ho detto a Giovanni: «Qui abbiamo un ensemble straordinario. Che facciamo, ce lo teniamo solo per noi?» Allora abbiamo aperto ai compositori ma, proprio perché li conosciamo bene, abbiamo stabilito due regole: ogni brano doveva essere consegnato a mano e doveva durare un minuto, si leggeva una volta e si suonava, secco, cioè a prima vista. La cosa bella è stata veder arrivare ogni maestro con le parti da distribuire agli orchestrali in quel momento stesso e il pubblico che si diceva: «Ma allora nasce così! Tu porti le parti, spieghi, quelli leggono e funziona!» E’ stata un’esperienza che abbiamo realizzato a costo zero e che secondo me dovrebbe far riflettere qualsiasi istituzione sinfonica in Italia. Non mi risulta che Santa Cecilia, la Sinfonica Abruzzese o il Teatro Regio di Torino aprano l’orchestra a un giovane compositore, anche solo per dargli un minuto di esecuzione. E’ un’opportunità che invece va data.

Promuovere forme di creatività musicale non solo legate all’esecuzione di repertori già esistenti è infatti una delle questioni cruciali evidenziate dalla Vertenza Musica portata avanti dal Gruppo Musica del Valle Occupato e messa in luce nel corso dell’assemblea pubblica del 19 novembre scorso, convocata per fare il punto sulla formazione musicale in Italia.

L’esigenza è proprio quella di creare non dei riproduttori di musica ma degli inventori di linguaggi nuovi. In Italia la scuola strumentale è molto buona a detta di tutti gli esperti mentre la scuola poetica non esiste più. Oggi i ragazzi che si formano nei Conservatori non sanno scrivere musica che serva, ad esempio per un film o per uno spettacolo teatrale: sanno a memoria tutto della musica sperimentale contemporanea ma non si accorgono quando in una composizione manca qualcosa perché avrebbero bisogno di studiare i classici, di imparare a riferirsi a dei modelli per renderli nuovi dall’interno, di sperimentare tutte le regole del comporre e non solo quelle che ti raccontano a scuola: quelle emotive, come tenere un tema, come passare da un tema a un altro con armonia, con morbidezza. La riforma dei Conservatori doveva rinnovare i programmi e prevedere la chiusura di quelle classi di strumento che non danno possibilità di lavoro, smettendo di nutrire false aspettative. Credo che un sistema statale debba investire tutte le proprie risorse su quello che serve concretamente, promuovendo un rapporto molto più onesto e stretto fra formazione e impiego. Anche questo abbiamo contestato con l’assemblea che abbiamo organizzato. Attualmente stiamo lavorando al progetto di costituire un’orchestra del Teatro Valle Occupato. E’ un obiettivo complesso da raggiungere ma speriamo di riuscirci entro la fine dell’anno.

Le permanenze artistiche sono «forme di direzione temporanee, provvisorie», che vogliono proporre «una diversa attitudine dello stare che, pur transitorio lascia una traccia, pianta una radice» 10. Quali tracce ha lasciato quella di Giovanni Sollima?

100 celli promotion11Permanenza vuol dire proprio che un artista entra in Teatro, permane e se ne va, lasciando spazio a un altro che cambia tutto: le logiche, la poetica, le luci. In tre giorni di permanenza non puoi creare potentati attorno alla cosa che dirigi ma puoi lasciare il tuo segno artistico. Della permanenza di Sollima ha molto colpito l’impatto sonoro e umano dei cento, l’unione delle persone chiamate a raccolta dal basso, senza spendere soldi, che il giorno prima neanche si conoscono e il giorno dopo realizzano qualcosa che solo poche ore prima sembrava impossibile. Quest’aspetto ha colpito così tanto il pubblico che per i festeggiamenti del compleanno dell’occupazione del Valle, che è il 14 giugno prossimo, stiamo organizzando una giornata dedicata ai cento organetti con Riccardo Tesi 11 e altri grandi organettisti. L’organetto è uno strumento festoso ma anche poetico, capace nella sua materialità di utilizzare diversi colori ed effetti. Poi stiamo pensando anche ai centootto ottoni e siamo in cerca di qualche carismatico trombettista per dirigerli…

Che ruolo sta giocando la musica nell’esperienza dell’occupazione?

Fare entrare la musica sullo stesso piano del teatro non è stato facile. Però ai primi esperimenti in ottobre, con la settimana dedicata al pianoforte, tutti si sono resi conto che la potenza della musica è alla portata di tutti, è ingovernabile e non ha i limiti della lingua e di conseguenza del teatro. Da lì si è iniziato a ragionare un po’ più di musica, è nato un Gruppo Musica del Teatro Valle Occupato, è entrata la parola musica all’interno dello Statuto 11. Abbiamo combattuto affinché entrasse di diritto nell’ambito della vocazione del Teatro Valle Bene Comune, abbiamo organizzato concerti, la permanenza artistica di Sollima di cui abbiamo realizzato un video attorno al quale sta girando tutta l’attenzione documentaristica del Valle perché presentare un evento musicale è molto più internazionale, apre le porte, riassume in maniera più sintetica tutti i valori che stiamo cercando di coltivare all’interno di quest’esperienza.

DOCUMENTARIO AUDIO SUI CENTO VIOLONCELLI EDIZIONE 2012

Ascolta TRE SOLDI del 18/06/2012 – Valle dei Violoncelli, la permanenza di Giovanni Sollima.
A cura di Fabiana Carovolante con Daria Corrias e Lorenzo Pavolini.

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